| CAROL RAMA | ||
| ANTOLOGIA CRITICA (1 - 2 - 3) |
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«Carol Rama ha quel
temperamento spericolato che apparve la prima volta dieci anni fa quando
espose nella piccola Galleria del Bosco, di fronte a Palazzo Campana, certe
sue dense larve di figure grondanti umori da lambicco grommoso e resinoso.
E’ un’artista avida di ricerche e di esperienze, d’affetti precari,
d’instabili proposizioni: proprio come deve esserlo, oggi, chiunque si muova
come lei e tanti altri trascinando insieme il desiderio di un luogo dove
finalmente sostare e la riluttanza, già scontata, ad accettarlo
definitivamente; come ad accettare un rischio di morte.» |
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«Chi conosce Carol,
chi conosce il suo linguaggio quotidiano, sa che c’è una frase ricorrente,
che le è particolarmente cara: “fa vissuto”. E’ un’espressione che si
applica a qualsiasi oggetto che rechi il segno del tempo, che confessi il
suo essere usato. E’ un modo di dire, in particolare, che affettuosamente
interviene per consolare dell’irreparabile incrinatura subita da un piatto,
dalla chiazza inestirpabile che ha contaminato un mobile, un abito. Ma non è
una locuzione esclusivamente confortatrice. Dice, prevalentemente, il
profondo orrore di Carol per tutto ciò che non possiede – o non suggerisce
almeno di possedere – un suo passato, una sua storia. E dice che il passato
è, per necessità, logoramento e corruzione, portati sino al punto in cui
l’uso si rovescia nel suo contrario. Così, per contro, ogni oggetto nasce
con un suo irritante dono di innocenza originale, che è doveroso cancellare
con premura: occorre che il segno dell’uso lo incida – e lo guasti e
sfiguri, se occorre – affinché emerga al più presto l’indizio corrompitore,
ma finalmente vitale, appunto del vissuto.» |
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«... in Carol Rama, così apparentemente
estroversa, affidata ad un'ansia continua di attualità e magari
d'anticipazione, il senso delle proprie radici d'infanzia e d'adolescenza, e
del loro rapporto col suo lavoro creativo, è vivissimo: sino a reviviscenze
intimistiche, esaltanti o straziate, a rispecchiamenti nel passato in cui fedeltà al ricordo e bisogno di rimodellarlo secondo una cifra che sia come un sigillo, una sintesi significante alla luce di oggi, urgono e premono quasi intollerabili.» da: Albino Galvano, in Carol Rama, 12 opere 1937/1941. 7 opere 1978/1979, Galleria Martano, Torino, 1979 |
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«Ma chi è, in
verità, Olga Carol Rama? |
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![]() Luciano Berio, «Omaggio a Carol Rama, Radicondoli 1984», in Carol Rama, Comune di Milano, 1985 |
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«Così tra tori,
polipi, rane, rospi, scheletri, corpi, arti, capitelli, corone, sessi,
occhi, velluti, depositi di colore, architetture ... si accumula l’arte di
Carol Rama per unire cose, stabilire contatti, disegnare la vita con
chiarezza, sensi vivi, tenerezza, disponibilità, eterno sì.» |
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«In fin dei conti,
tutta la fatica di Carol dev’essere stata, da sempre, nel cercare di
costringere in una |
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«Nella pittura di
Carol Rama, sommamente inquietante mi pare il momento in cui costei tenta la
luce; per luce intendo quella bizzarra fosforescenza, la dura chiarìa, una sorta di traboccare di materia luminescente; luce, dunque, che non pare avere origine celeste, non sole o luna, né memoria di qualsivoglia luce, lampada notturna, incendio, rogo, guerresca consumazione. A suo modo, la pittura notturna di Carol Rama mi è più agevole; conosco quel suo modo di indagare dentro il catafalco della notte, e cavarne lacerti immondi, allusioni di vita, citazioni di immagini cadaveriche, svolii di volatili mostruosi quanto sommessi.» da: Giorgio Manganelli, «Luce e tenebre», in Carol Rama, Casa del Mantegna, Mantova, 1988 |
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